NC-ORG-M-GOLD-ONE-i-25-01
opera terminata l’11 gennaio 2025
1° proprietario: Yury G (Italy)
Monografia
La Noce Gold One offre una sintesi visiva perfetta delle indagini filosofiche, scientifiche e spirituali sull'essenza.
Attraverso la materia e la forma, l'artista rende tangibile l'invisibile quidditas dell'essere umano.
Il Simbolismo della Materia: L’Oro e l’Assoluto
La scelta di rappresentare la noce in oro, su uno sfondo aureo, eleva l’oggetto dalla sua natura caduca (biologica) alla sua natura eterna (ontologica).
Teologicamente l’oro è il colore dell’incorruttibile e del divino. Rappresentare l’essenza umana con questo materiale richiama l’Imago Dei: il nucleo di ogni individuo è prezioso, sacro e partecipe della natura divina. Non è una semplice noce destinata a marcire, ma un’idea eterna.
Metafisicamente, l’oro annulla lo spazio e il tempo. La noce è sospesa in una dimensione infinita, suggerendo che la nostra vera essenza risiede al di fuori delle circostanze temporali della vita quotidiana.
La Morfologia: Il Guscio e il Mistero Interiore
La forma stessa della noce è la metafora perfetta del dualismo tra Esistenza ed Essenza.
Il Guscio (L’Esistenza), una superficie rugosa e dura che rappresenta la nostra esistenza nel mondo: le difese che costruiamo, la persona (maschera) che mostriamo alla società, la materia che resiste agli urti della vita. È ciò che è visibile “fuori”.
Il Gheriglio (L’Essenza Nascosta) è ciò che la noce custodisce gelosamente all’interno è il seme vitale. La domanda “Quanto hai vissuto nella tua essenza?” allude proprio alla difficoltà di rompere il guscio dell’ego e delle convenzioni per accedere alla verità interiore, nutriente e autentica.
Il Germoglio: La Potenza e l’Atto
L’interpretazione dell’opera come “seme che cerca risposte per germogliare” si collega direttamente alla dinamica aristotelica di Potenza e Atto e alla visione scientifica del DNA.
La noce chiusa è potenza pura. Contiene in sé, compressa, l’intera maestosità dell’albero, ma non è ancora albero.
Il “cercare risposte” è la metafora della germinazione. Per germogliare, il seme deve “interrogare” il terreno, trovare le condizioni giuste. Fuor di metafora, l’essere umano deve interrogare la propria vita per trovare il terreno fertile in cui la sua essenza possa manifestarsi.
Germogliare significa rompere la perfezione chiusa del guscio d’oro. Vivere nella propria essenza richiede il coraggio di “rompersi”, di abbandonare la stasi di una perfezione potenziale per rischiare l’imperfezione della crescita reale.
Il Sé d’Oro: Un Viaggio Jungiano nella Noce
Immagina di trovarti di fronte a una distesa d’oro. Non è un vuoto, ma uno spazio denso, un Unus Mundus, quel mondo unitario che Carl Jung descriveva come la realtà sottostante dove psiche e materia si fondono. Al centro di questo universo aureo, sospesa come un astro in una galassia immobile, c’è una noce.
A un primo sguardo, vediamo la materia e la filosofia: l’essenza pura, la Quidditas aristotelica, sottratta al tempo e fissata in una perfezione eterna. Ma se lasciamo che lo sguardo sprofondi oltre la superficie, sentiamo avvicinarsi l’ombra di Jung, che osserva questo piccolo oggetto e vi riconosce l’archetipo supremo: il Sé (Selbst).
La noce, nella sua sfericità e completezza, è un mandala tridimensionale. Rappresenta la totalità della psiche, l’unione degli opposti, il centro ordinatore che comprende sia la nostra coscienza luminosa che il nostro inconscio abissale. L’artista, avvolgendola nell’oro, ha compiuto un atto alchemico: ha trasformato la materia vile in Lapis Philosophorum, la Pietra Filosofale. Quella noce non è più solo un frutto, è il tesoro difficile da raggiungere, l’obiettivo finale dell’esistenza umana.
Tuttavia, il dramma dell’opera risiede nella sua struttura. Osserviamo il guscio. È rigido, scolpito, brillante. Nel linguaggio di Jung, questa è la Persona: la maschera sociale che indossiamo per adattarci al mondo. È la parte di noi che lucidiamo quotidianamente, che mostriamo agli altri, che protegge la nostra intimità. Spesso, passiamo l’intera vita identificandoci con questo guscio dorato, credendo di essere la nostra professione, il nostro status, la nostra immagine riflessa. Ma il guscio, per quanto magnifico, è statico. È una prigione dorata.
All’interno, invisibile eppure presente, giace il gheriglio, il seme. Qui risiede l’essenza autentica, il potenziale inespresso, ma anche ciò che Jung chiamerebbe l’Inconscio. È il luogo del mistero, dove risiede il codice del nostro destino, il nostro daimon.
La domanda “Quanto hai vissuto nella tua essenza?” diventa quindi: quanto sei rimasto intrappolato nella Persona, dimenticando di nutrire l’Anima che abita nel profondo?
L’opera descrive la noce come un “seme che cerca risposte per germogliare”. In termini junghiani, questo desiderio di germogliare è il Processo di Individuazione. È la spinta psicologica imperativa a diventare ciò che si è realmente, a integrare le parti nascoste di noi stessi per raggiungere la completezza.
Ma c’è un prezzo da pagare, ed è qui che l’opera si fa struggente. Per germogliare, il seme deve rompere il guscio. L’individuo deve avere il coraggio di incrinare la propria Persona, di lasciar crollare le certezze esteriori e le difese dorate che ha costruito con tanta cura. Deve accettare il caos della crescita per liberare il Sé.
La noce d’oro ci guarda e ci interroga silenziosamente.
Ci chiede se siamo disposti a sacrificare la perfezione apparente del nostro guscio per intraprendere il viaggio pericoloso e sacro verso la nostra vera natura.
Ci ricorda che l’essenza non è un trofeo da ammirare su una parete, ma una forza viva che preme da dentro, chiedendo di rompere la forma per farsi Vita.